L’AGENDA DEL GIORNO “QUESTO” – IL FINE “AVREBBE” GIUSTIFICATO I MEZZI (di Stefania Chiarioni)

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Il 23 settembre 2019 è il 266° giorno dell’anno e la Chiesa ricorda San Pio da Pietralcina. A Bologna, il sole sorge alle 7,06 e tramonta alle 19,07. La luna è calante. Equinozio d’autunno.
Il 23 settembre 1971, dal Centro di Belle Arti di Bruxelles, viene rubato il quadro “Lettera d’amore” di Vermeer. Autore del furto è Mario Pierre Roymans, un giovane cameriere di 21 anni. Si è nascosto in un armadietto e, a museo chiuso, ha provato a scappare dalla finestra con il dipinto, ma notato che era troppo grande per passarvi, lo ha separato dal telaio con un pelapatate, allontanandosi dopo averlo messo in tasca. Ha nascosto la tela nella sua camera per poi seppellirlo più tardi nella foresta. Roymans concepì il suo piano dopo aver assistito alle immagini televisive del disastro umanitario che stava avvenendo in Pakistan. Profughi bengalesi si erano rifugiati nel Pakistan orientale per sfuggire al genocidio che stava accadendo nel loro paese. Era una vera e propria sopraffazione dei diritti umani: massacri, omicidi, stupri, incendi dolosi, eliminazione di minoranze religiose e dissidenti politici. Con il sostegno di milizie paramilitari pakistane, i profughi furono in grado di arrivare in Pakistan. Il cameriere idealista del Limburgo, in Belgio, sentiva che bisognava agire allo scopo di aiutare le vittime di quel disastro. Roymans, subito dopo il furto, contattò un giornalista di “Le Soire”, un giornale di Bruxelles. Organizzò un incontro con lui, durante il quale fece scattare qualche foto dal reporter come prova del fatto che il dipinto fosse nelle sue mani. Roymans confessò al giornalista che amava l’umanità e sentiva di dover fare qualsiasi cosa pur di alleviare la sofferenza umana. Una fotografia del dipinto fu pubblicata insieme alle tre condizioni di Roymans per la restituzione della tela: 200 milioni di franchi belgi da donare ai rifugiati bengalesi, una raccolta fondi organizzata dal Rijksmuseum e un’altra organizzata dal Centro di Belle Arti di Bruxelles. In seguito al tam-tam mediatico, la situazione dei profughi bengalesi fece il giro del mondo e un ‘ondata di simpatia si diffuse in tutto il paese, e slogan a favore della causa di Roymans comparvero su muri, pareti e ponti. Il Robin Hood belga fu arrestato dopo l’ennesima telefonata al quotidiano belga, ma il pubblico stava dalla sua parte. Scontò 6 mesi di carcere dopo i quali si sposò ed ebbe un figlio. Soffriva di grave depressione che lo portò alla morte all’età di 29 anni. Il popolo belga lo ritenne un eroe poiché il suo fine avrebbe giustificato i mezzi.