CALCIO – Miracoli, malattia, politica, onori: Mihajlovic e Bologna, che storia!

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nella foto, un'immagine intensa di Sinisa Mihajlovic: il tecnico serbo lascia Bologna dopo tre anni e mezzo

Notizia nell’aria da tempo, decisioni sospese nel limbo come il Bologna dopo il 2-2 di La Spezia.

Poi, dopo un giorno di profonda riflessione, la vittoria della linea dura. Si cambia: dopo tre anni e mezzo, Sinisa Mihajlovic non è più l’allenatore del Bologna. L’ufficialità dell’esonero è arrivata nel pomeriggio, fatale al tecnico serbo la partenza al rallentatore dopo che già la seconda metà dello scorso campionato aveva lasciato in bocca il retrogusto amaro di un ciclo ormai finito. Tre pareggi e due sconfitte nelle prime cinque gare, neanche un successo in saccoccia pur avendo a disposizione un trittico di sfide decisamente alla portata (Verona, Salernitana, Spezia): bilancio impietoso, il piatto piange. Decisivo il summit dirigenziale di ieri, in cui a prevalere è stata la corrente del cambiamento. Come si può facilmente intuire, situazione gestita con massima delicatezza e guanti di velluto: del resto il rapporto tra club, città e Sinisa va molto oltre il calcio, gli eventi unici e inimitabili dell’ultimo triennio sono lì a testimoniarlo. Per la sostituzione, il nome in pole sembra essere quello di Thiago Motta; a tallonare l’ex allenatore dello Spezia, Claudio Ranieri. Decisamente più staccato ora come ora Roberto De Zerbi. Nelle prossime ore, lo stato maggiore rossoblù capeggiato dal patron Joey Saputo stringerà il cerchio attorno al prescelto e darà l’annuncio.

Si chiude così una straordinaria pagina di sport e di vita, iniziata nel gennaio 2019 con l’allontanamento di Filippo Inzaghi in seguito al tragico 0-4 casalingo col Frosinone. Quel Bologna, ultimissimo in classifica, si trovava in preda alla contestazione dei tifosi e sembrava ormai avviato verso la Serie B: Mihajlovic lo rivoltò mentalmente e tecnicamente come un calzino, a partire dall’immediato blitz di San Siro contro l’Inter firmato dal Ropero Santander. Seguirono una cavalcata memorabile e un girone di ritorno letteralmente da urlo, destinati a lasciare una traccia indelebile nella storia del Bologna. Risultato: salvezza in cassaforte e addirittura il decimo posto da piazzare in vetrina. Record mai più eguagliato nei successivi campionati. Poi, naturalmente, la leucemia: una botta devastante che colpisce Sinisa nell’estate di quello stesso anno e che investe tutto il mondo Bologna. La lotta contro la malattia -come sappiamo- rende unico il rapporto tra il tecnico e i colori rossoblù, tra l’uomo Mihajlovic e la città. Un’istantanea, un’immagine regala definitivamente la battaglia all’eternità. Stadio Bentegodi di Verona, agosto 2019: si gioca la prima giornata del nuovo campionato e un leone travestito da fantasma si aggira a sorpresa davanti alla panchina del Bologna. E’ l’irriconoscibile Sinisa, debilitato dalle settimane di ricovero in ospedale e decisamente provato per via delle cure pesantissime cui si sta sottoponendo. “L’avevo promesso ai ragazzi: stasera non potevo non essere qua”.

E’ l’inizio di una narrazione senza precedenti, di alternanza spietata tra ospedale e campo. Mihajlovic si sottopone a trapianto di midollo osseo, si riprende, becca il Covid, diventa nonno, accusa una recidiva: questo vortice di alti e bassi non gli impedisce di restare sintonizzato sui rossoblù, spesso in collegamento da remoto. Il pellegrinaggio dei tifosi del suo Bologna e della sua cara vecchia Lazio a San Luca prima della gara tra le due squadre nell’autunno 2019 va ad occupare un posto privilegiato nell’album dei ricordi dell’intera città. Commoventi e fortemente volute dalla squadra, poi, le rituali visite sotto la finestra della sua stanza al Sant’Orsola dopo le vittorie più significative, tra cori e sfottò reciproci. Un unicum nella storia della Serie A. Sul rettangolo verde, però, tolto l’illusorio girone d’andata della scorsa stagione chiuso in piena corsa per l’Europa League la magia dei primi mesi non farà mai più capolino.

Oltre all’allenatore -è cosa nota- c’è molto altro. La cittadinanza onoraria di Bologna conferitagli nel novembre di un anno fa è il simbolo indiscusso di un rapporto esteso in fretta al piano civico, di un dialogo costante con il tessuto urbano e amministrativo. Non privo di scontri e incomprensioni, perché l’uomo Sinisa mica sa resistere all’insidioso fascino e alle scivolose tentazioni dell’agone politico, che del resto hanno scandito con puntuale costanza tutte le tappe della sua carriera, tanto da giocatore quanto da allenatore. Si può dire che sia il suo terreno di caccia prediletto, dopo il calcio. Gli innegabili spigoli caratteriali e ideologici emergono di qua e di là, il personaggio non fa niente per nasconderli (anzi…) entrando spesso e volentieri in rotta di collisione con il “sistema” bolognese, tradizionalmente sbilanciato a sinistra. Dall’esplicito endorsement nei confronti della candidata Lucia Borgonzoni alla vigilia delle Regionali 2020 fino alla mai nascosta amicizia con il leader leghista Matteo Salvini, dalle lodi al premier Mario Draghi per la progressiva riapertura degli stadi al pubblico ai succosi scambi di battute con il Presidente della Regione Stefano Bonaccini (con cui stabilisce da subito un rapporto franco, schietto e fondato su stima reciproca), la lista è davvero lunga. In questa caotica e per certi versi assurda contemporaneità Sinisa Mihajlovic è considerato di destra, ma ai più attenti non possono certo sfuggire le celeberrime simpatie per la vecchia Jugoslavia del maresciallo Tito e i rapporti mai smentiti con personaggi del calibro di Zeljko Raznatovic (“la tigre Arkan”), che utilizzando gli occhiali del secolo scorso lo collocherebbero sulla sponda diametralmente opposta. Paradossi estremi di un uomo e di un professionista che non conosce mezze misure, che non ha mai optato per comode scorciatoie.

Così è Sinisa, anche se non vi pare.

A modo suo, tra pregi e difetti, bolognese per sempre.

A modo suo, perché con lui non potrebbe essere altrimenti.