Ufficio oggetti rinvenuti: quasi 9.500 gli oggetti smarriti nel 2019, uno su quattro è stato restituito

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Nel corso del 2019 sono stati 9.413 gli oggetti smarriti in città e consegnati all’Ufficio oggetti rinvenuti del Comune di Bologna e di questi 2.367 (poco più del 25%) sono stati riconsegnati ai proprietari. I dati del mese di dicembre sono in linea con la tendenza mensile: sono 757 gli oggetti smarriti nell’ultimo mese del 2019, tra i quali due pacchi persi da un corriere che sono stati prontamente riconsegnati ai destinatari e, come sempre, tanti portafogli. Sono portafogli anche 87 dei 159 oggetti restituiti a dicembre, ma c’è anche una pianola, oltre a tanti documenti e 27 tra zaini e borse.

Il proprietario, per rientrare in possesso del proprio oggetto o documento, deve presentarsi personalmente, con un documento d’identità valido, all’Ufficio che si trova in piazza Liber Paradisus 10 – Torre B – piano zero, e che è aperto il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 8.30 alle 12.30; il martedì dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 16.30 e il giovedì con orario continuato dalle 8.30 alle 16.30. Il proprietario deve fornire una descrizione dettagliata del bene e deve portare con sé l’eventuale denuncia.
Di tutti gli oggetti smarriti viene pubblicato mensilmente un elenco a cura dell’Ufficio oggetti rinvenuti che si occupa di tenerli in custodia per 12 mesi.
Nel caso il proprietario non si presenti per il ritiro entro 12 mesi, l’oggetto viene restituito alla persona che l’ha trovato e consegnato. Il ritrovatore ha due mesi di tempo per ritirare l’oggetto. Tutti i beni non ritirati rimangono a disposizione del Comune e potranno essere messi in vendita all’asta. Nel caso in cui l’oggetto non avesse un reale valore economico o non riuscisse ad essere venduto all’asta, questo viene donato ad associazioni che presentano dei progetti di valore sociale, didattico in tema ambientale, di riuso e di riciclo o di aggregazione.

E proprio grazie ad uno di questi progetti, un vestito giallo a pois si anima e diventa protagonista del racconto di un studente del Liceo Luigi Galvani. Il racconto fa parte del progetto “L’og-getto che non getto. Storie di oggetti smarriti” dell’associazioni Visu-Ali a cui l’Amministrazione comunale consegna periodicamente alcuni degli oggetti non restituiti al legittimo proprietario o non rivenduti all’asta. Grazie a questa opportunità, i ragazzi delle scuole superiori bolognesi, hanno dato una seconda vita a questi oggetti, che possono così rivivere in brevi racconti.

Il racconto integrale di di L. Orsi (4T Liceo Galvani)

Una nuova vita
“Faceva più freddo del normale quella mattina a Malbork. Le temperature erano solite scendere sotto lo zero, ma mai come quella mattina sentivo il gelo penetrarmi nelle ossa.
Il vento copriva il rumore dei miei passi sulla neve mentre mi dirigevo verso il mercato
cittadino, situato davanti al magnifico castello di Marienburg. Quando arrivai non rimasi sorpreso nel constatare quanta poca gente ci fosse ad osservare la merce smarrita del mercato; con quelle temperature solo i più coraggiosi (o gli stupidi) osavano uscire dalla
propria abitazione. Avvicinandomi maggiormente rimasi colpito nel vedere una ragazza ferma davanti ad una delle numerose bancarelle con addosso solamente una camicetta e dei pantaloni che sembravano molto leggeri. La cosa che mi colpì maggiormente era
che il freddo sembrava non provarla minimamente, e stava lì in piedi ad osservare un simpatico vestito giallo a pois neri in esposizione. Incuriosito mi accostai e la guardai in faccia: aveva un bellissimo viso con dei lunghi capelli neri che gli facevano da cornice, mentre gli occhi sembravano essere lo specchio del cielo grigio di quel giorno. Rimasi subito incantato da
quella sconosciuta, tanto che restai a fissarla finché non salutò la proprietaria della bancarella e se ne andò. Fissai il suo esile corpo allontanarsi lungo la strada. Dovevo assolutamente sapere il nome di quella ragazza che tanto mi aveva colpito, così chiesi informazioni alla signora. “Si chiama Ewa, viene qua ad osservare questo stesso vestito tutti i giorni, per ore,
però non se lo può permettere. Se fosse per me glielo regalerei, tanto è stato smarrito, ma mio marito continua a ripetermi che gli affari sono affari…”. Non la stavo più ascoltando. Sapevo il suo nome ed era l’unica cosa che importava. Comprai subito il vestito e mi misi a correre sperando di raggiungerla. La trovai poche centinaia di metri dopo, seduta sulla neve a piangere con la testa in mezzo alle gambe. Mi sedetti di fianco a lei, non sapendo però cosa dire. Passarono alcuni minuti prima che Ewa si accorgesse della mia presenza. Alzò la testa e mi fissò con aria diffidente, come se stesse cercando di capire se potevo rappresentare
una minaccia. Paralizzato da quegli occhi di ghiaccio l’unica cosa che riuscii a fare fu porgerle il vestito facendo uscire uno striminzito: “Per te” che però mi si strozzò in gola. Ewa inizialmente non poteva crederci, poi quando capì che non stavo scherzando esibì un magnifico sorriso e mi abbracciò, facendomi dimenticare totalmente del freddo che fino a
poco prima mi stava facendo rimpiangere di essere uscito. Mi raccontò che quello era il vestito che aveva sempre sognato, ma non sapeva se accettarlo perché non aveva niente con cui ricambiare. Le dissi che a me bastava vederla, e così ci accordammo: ogni sera ci saremmo dovuti incontrare davanti al castello, e così fu. Col passare del tempo non mi stancavo mai di vederla, e con quel vestito addosso si metteva a ballare sognando di essere una principessa. Tutto andò bene fino a quando, nel 1939, i tedeschi non invasero la Polonia.
La notizia mi colpì come un fulmine a ciel sereno e una mattina che sembrava apparentemente come tutte le altre arrivarono sotto casa mia dei soldati. Dovetti fare le valigie, e quello stesso pomeriggio mi misero su un treno per la Germania, dove sarei stato
sfruttato come forza lavoro. Non ebbi neanche il tempo di salutare Ewa, e durante tutti i giorni che trascorsi in quel campo di lavoro il pensiero che l’avrei rivista mi dava una forza inesauribile. Passarono alcuni anni e finalmente mi lasciarono tornare a Malbork, mentre fuori infuriava la Seconda Guerra Mondiale. Appena arrivato mi diressi verso casa di Ewa,
nella speranza che fosse lì ad aspettarmi, e volevo morire quando scoprii che non era rimasto nessuno. L’unica cosa rimasta era il vestito che le avevo regalato, steso sul letto. Ancora oggi lo tengo piegato nell’armadio, sperando di potergli dare nuova vita ancora una volta”.