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Cambiare, certo: ma come la mettiamo con le responsabilità? 

Giunto sfiancato e sfiduciato alla conclusione di un triennio parecchio deprimente in termini di risultati sportivi, il Bologna volta pagina. Per farlo, si serve di uno stratagemma nato nella tradizione religiosa ebraica ma mutuato agevolmente dalla cultura italiana, calcistica e non: il capro espiatorio. Tradotto volgarmente: uno che paga per tutti. Non sempre innocente, non per forza libero da colpe. Un complice di un sistema che non funziona più immolato sull'altare della critica.

In questo senso, l'addio di Roberto Donadoni alla panchina rossoblù assomiglia parecchio -per citare un episodio- all'uscita di scena di Bettino Craxi dal panorama politico nostrano. Le 21 sconfitte stagionali (record della storia rossoblù) e più in generale il lento declino che ha accompagnato gli ultimi tre campionati rappresentano i suoi avvisi di garanzia, i cori ostili del “Dall'Ara” in occasione dell'atto conclusivo casalingo contro il Chievo uniti alla coda del diverbio con il lupo solitario della tifoseria a Casteldebole ricordano vagamente le monetine e gli insulti scagliati dalla folla all'indirizzo del leader socialista fuori dall'hotel Raphael di Roma in piena Tangentopoli. Oggi “Donadoni pagaci il biglietto!”, ieri “Vuoi pure queste, Bettino vuoi pure queste?” con le mille lire tra le dita: c'è poco da fare, la gogna mediatica si presenta come il solito, cronico vizio del popolino. In grado di influenzare chi deve giudicare, ieri come oggi. Non è un segreto, fino a qualche settimana fa l'ipotesi di una conferma di Donadoni sulla panchina del Bologna era tutt'altro che remota, complice anche il contratto in essere per la prossima stagione. Le ultime vicende, gonfiate dai malumori sempre più pressanti della piazza, hanno francamente segnato un punto di non ritorno, certificato nel corso dell'incontro odierno tra il tecnico bergamasco e la proprietà. Donadoni ci ha messo del suo, ci mancherebbe.

La giustizia sommaria funge da comoda via di fuga per i malpancisti, spesso accecati da furore ideologico. Intendiamoci: nel mirino non entra la sostanza, bensì il contorno. Spingere sull'uscio Donadoni al termine dell'ennesima stagione anonima ed estranea a qualunque logica di crescita graduale è operazione sensata e logica. Meno sensata e meno logica è semmai la conferma delle due restanti poltrone dirigenziali di Casteldebole: quella su cui siede Claudio Fenucci e soprattutto quella su cui siede Riccardo Bigon, rispettivamente amministratore delegato e direttore sportivo. Giudizio sospeso sulla quarta carica dello Stato rossoblù, quel Marco Di Vaio che da sfavillante salvatore della patria in campo si è ormai trasformato -rimanendo nel solco del confronto con la politica- in un grigio portaborse perfetto per un monocolore Dc di fine anni Cinquanta. Ora, la squadra: se sbagliare è umano, continuare ad ignorare l'allarme sarebbe più che diabolico. Ripresentarsi ai nastri di partenza con le presunte vittime della gestione Donadoni comodamente sistemate nel cuore dell'organico equivarrebbe ad un azzardo in piena regola: a Mattia Destro e al suo sempre più sparuto fan club fischieranno le orecchie, ma tant'è. E il chairman Joey Saputo? Si gode il credito residuo, la crisi di governo lo ha per ora soltanto sfiorato. E pensare che là in fondo, tra l'estremità del tappeto e l'ombra del divano, si nasconde un piccolo cumulo di responsabilità. Rimasto apparentemente senza padrone. Ormai sazio, il popolo non se ne cura e guarda avanti. Da domattina Roberto Donadoni sarà il passato e le attenzioni della piazza si concentreranno sull'identikit del prossimo inquilino della panchina: novità al riguardo entro fine settimana.

Rivoluzione al ragù, ecco.

 

Francesco Piggioli

 

Donadoni addio Bologna

nella foto, Roberto Donadoni, ormai ex allenatore del Bologna: arrivò sulla panchina rossoblù a novembre 2015 in sostituzione dell'esonerato Delio Rossi

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