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Alla grande illusione fa seguito una delusione altrettanto grande. 

Poche ore fa, in diretta televisiva e a margine della partita della Nazionale contro l'Olanda, Simone Verdi sanciva di fatto l'addio al Bologna comunicando di aver accettato la proposta del Napoli. Il day after è dunque un crogiolo di emozioni per la città e il popolo che hanno visto sbocciare il ragazzo in tutto il suo splendore. Più dell'orgoglio per aver contribuito alla consacrazione di un intrigante talento italiano, a dominare la scena sono sentimenti di tenore opposto. In primo luogo, il rammarico: il rifiuto all'offerta partenopea durante lo scorso mercato di riparazione aveva proiettato Verdi in una dimensione aurea agli occhi di una piazza più che mai assetata di simboli, affetto, riconoscenza. Rinuncia al sogno scudetto all'ombra del Vesuvio e priorità assoluta al percorso con il Bologna, che però lo stesso Verdi ha ritenuto concluso al termine del biennio. Difficile ignorare la coerenza dell'operato di Simone, così come è impossibile non comprendere lo scoramento dei tifosi. Al partito modernista-saputiano fischieranno le orecchie, ma una buona fetta di appassionati pensa ancora con la pancia e vive di sogni, speranze, utopie. Grazie al cielo. Agli esercizi di ragioneria provvede l'esistenza quotidiana: al calcio il popolo chiede e continuerà sempre a chiedere altro. L'atteggiamento di Verdi a gennaio aveva insomma solleticato pulsioni ormai sopite nel cuore e nella testa della tifoseria, complice anche l'ulteriore sintomo di radicamento nel territorio rappresentato dalla bolognesità della fidanzata Laura. Tanti indizi per un'illusione, appunto: e se Verdi fosse intenzionato a diventare la bandiera del Bologna in barba alle ciniche logiche della contemporaneità?

Dal rammarico al disappunto, il passo è breve. La dichiarazione concisa e netta di ieri sera suona come la sveglia delle sette di mattina: spietata e realista. Decisione rispettabile e rispettosa, ma agli occhi del suo (ex) popolo Verdi riprende tutto ad un tratto sembianze umane. Va a cogliere un'opportunità irripetibile, scandisce il mantra imperante: che ne abbia persa una altrettanto esclusiva non lo ricorda quasi nessuno. Scegliendo l'ambizione, Verdi volta le spalle al grande libro della storia. Seduto a quel tavolo dei grandi con cui ha appena preso confidenza in azzurro, diventa automaticamente uno come tanti altri. Privilegiando denaro e trofei, difficilmente ritroverà trono e sudditi. Un bivio che pochi hanno saputo interpretare in modo consono, una scelta che ha “sporcato” la carriera di molti. Non occorre allontanarsi da Casteldebole per scovare qualche esempio lampante: due suoi vecchi predecessori in rossoblù come Alino Diamanti e Gaston Ramirez optarono per lo stesso percorso e scomparirono dai radar. E dire che entrambi nel momento dell'addio alle due Torri sembravano infinitamente più pronti di Verdi al grande salto sotto tutti i punti di vista: tecnico e fisico. I 10 goal e i 10 assist dell'ultimo campionato parlano di una crescita esponenziale, ma l'analisi risulta superficiale: tolte le capacità balistiche (specie nelle situazioni da fermo), Verdi si presenta come un giocatore intermittente nell'arco dell'incontro. Appare e scompare in continuazione, alterna lampi a pause più o meno lunghe: un lusso che nel Bologna passa in cavalleria e che invece sotto riflettori più esigenti si fatica a mascherare. Ai posteri e al campo l'ardua sentenza.

La figura più magra in tutta la vicenda la rimedia comunque la società. Senza ombra di dubbio. Il problema non è la cessione in sé, che anzi genera una plusvalenza pesante con possibili -ed auspicabili- ripercussioni sul tenore del mercato in entrata. Tanto per cominciare: 20 milioni di € più circa 5 di bonus sono tanti ma non troppi, al netto della percentuale da corrispondere all'antico proprietario (il Milan) e soprattutto alla luce di un mercato in cui il cartellino di un buon mediano come il cagliaritano Barella viene valutato non meno di 30 milioni. Operazione frettolosa e approssimativa: in linea con i bei tempi andati, quelli -per capirci- della caccia disperata alla liquidità per iscriversi ai campionati. Rivedibile anche l'aspetto comunicativo. L'annuncio affidato alla bocca del diretto interessato senza che nell'aria ci fossero avvisaglie di nero su bianco imminente mette per l'ennesima volta in evidenza l'ormai conclamato deficit di autorevolezza che contraddistingue i vertici di Casteldebole. Joey Saputo in testa, sia chiaro.

 

Francesco Piggioli

 

Verdi via Bologna

nella foto, Simone Verdi: l'ormai ex idolo del Dall'Ara lascia Bologna dopo due anni, conditi da 62 presenze e 16 reti in Serie A

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