CALCIO – Il ruggito di Sinisa Mihajlovic: “Ho la leucemia, ma sono sicuro di vincere”

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Ho una leucemia in fase avanzata, aggressiva. Ho pianto molto, ma le lacrime che vedete anche adesso non sono di paura: non vedo l’ora di iniziare a lottare per guarire. Vincerò questa sfida, non ho dubbi”.

Casteldebole, ore 16:30 di un inconsueto sabato di metà luglio, conferenza a dir poco inusuale. E a suo modo storica. Davanti alla folta platea di giornalisti, al fianco del direttore Walter Sabatini e del dottor Gianni Nanni c’è un leone ferito che si prepara ad affilare le zanne per una battaglia decisiva. Come al solito, come sempre. Ci tiene a ricordarlo, Sinisa Mihajlovic. “Nella vita nessuno mi ha mai regalato niente, sono abituato a combattere”. Non è retorica né una frase preconfezionata. E’ il suo marchio di fabbrica, il segreto della sua forza, la potenza di un fascino capace di andare oltre i colori di una maglia e di scavalcare gli steccati del tifo. Sia da giocatore sia da tecnico, Sinisa Mihajlovic piaceva e piace a chi ama un certo tipo di calcio perché ha una storia da raccontare: una storia che riaffiora spesso e volentieri, non c’è verso di tenerla nascosta sotto la superficie. Controversa, difficile, vera, turbolenta, rocambolesca. Un aggettivo che li racchiude tutti: umana.

Dal pubblico elogio del maresciallo Tito all’amicizia con la Tigre Arkan, dalla guerra civile alle bombe della NATO sulla ex Jugoslavia, dalla gloria precoce con la leggendaria Stella Rossa di Belgrado fino ai rampanti anni italiani con tanto di cambio di sponda all’ombra del Cupolone: dalla Roma alla Lazio. Cose non per tutti, discorsi difficili da affrontare, ideali forti ma scivolosi. A maggior ragione se l’ambiente di riferimento è il sempre più patinato e plastificato mondo del calcio. Sembra l’identikit di un guerrigliero, invece è la fotografia di un uomo che a 50 anni intravede l’ennesimo ostacolo all’orizzonte. Il più duro, probabilmente. Ma Sinisa non ha paura: parole sue, c’è da credergli. Del resto, i corteggiamenti e i pedinamenti della paura nei suoi confronti vanno avanti dalla notte dei tempi: ai tentacoli di questo sentimento lui non ha mai ceduto, fin dalle prime pagine del romanzo. Si è forse abituato ad averlo alle calcagna.

Mihajlovic resta saldamente aggrappato alla vita, alla famiglia, agli amici e alla professione. Tirava aria di dimissioni e di rescissione sopra il cielo rossoblù fino agli istanti che hanno preceduto la conferenza odierna. Sarebbe stata una scelta logica: staccare la spina e rinchiudersi tra gli affetti in un momento drammatico. Tutti avrebbero compreso, da Joey Saputo all’ultimo dei simpatizzanti. Invece no. Sinisa Mihajlovic resta l’allenatore del Bologna, anche se a stretto giro di posta il campo lo vedrà presumibilmente col binocolo. Ed è già un piccolo, grande successo. Perché questo è il Bologna di Sinisa Mihajlovic. Senza se e senza ma, per motivi che sconfinano ben oltre il perimetro tecnico. Questo è il Bologna che vuole guardare in faccia la Serie A, che ha sconfitto un rivale molto più temibile di Empoli, Frosinone e Chievo: la mediocrità. Questo è un Bologna che vuole voltar pagina, definitivamente. E di questo Bologna Sinisa Mihajlovic è al tempo stesso artefice, anima e condottiero. Anche se lontano dalle migliori condizioni.

E allora forza Sinisa. Bologna è con te, come recita quello striscione appeso all’esterno del centro tecnico di Casteldebole. Ma con te saranno tante altre persone: uomini, donne, colleghi, tifosi, semplici appassionati. Gente che proprio non riesce a pensarti malato. Un’immagine opposta all’ordine naturale delle cose, al potere di una narrazione che parte da lontano, al bagliore di una vita che splende per coerenza e coraggio. Sinisa Mihajlovic: sguardo truce, aria burbera, piglio deciso, petto in fuori, rincorsa breve, sinistro a giro e goal. Non c’è davvero alternativa, nell’immaginario collettivo.

Perciò rassegnati e vivila come se fosse una punizione. Occhio, non fraintendere: una punizione delle tue.