CALCIO – Stefano Andreotti: “Io, bolognese di origine e laziale doc contro papà”

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nella foto, Stefano Andreotti: classe 1952, è il terzo figlio di Giulio Andreotti e di Livia Danese. Grande tifoso della Lazio, vanta origini bolognesi per parte di madre

Vigilia di Bologna-Lazio, match carico di significati e non solo per mere questioni di campo.

Nell’avvicinarci a questo bivio importante per il cammino di entrambe, facciamo un pezzo di strada in compagnia di un illustre tifoso biancoceleste, Stefano Andreotti. Sì, proprio lui: il terzogenito del Divo Giulio, sette volte Presidente del Consiglio nonché simbolo per eccellenza della celeberrima Prima Repubblica. Una sorta di intruso -il nostro Stefano- dentro le quattro mura di quel laico tempio romanista affacciato sul Lungotevere, con vista privilegiata sul Cupolone di San Pietro. Probabilmente molti ignorano i motivi, ma la gara in programma domani al Dall’Ara (fischio d’inizio alle ore 15, arbitra il sig.Orsato di Schio) è per certi versi anche la “sua” partita. Di seguito, il testo completo dell’intervista realizzata.

 

Buongiorno Stefano, come va?

Bene, grazie. Calcisticamente parlando abbiamo vissuto anni migliori, oggi siamo quasi a metà strada tra i tempi più bui e le stagioni dei grandi successi. Non mi lamento, via.

 

Domani si gioca Bologna-Lazio e in un certo senso per lei è un piccolo derby familiare. Ci spieghi meglio.

Merito di mia mamma Livia, che pur essendo nata come tutti noi a Roma aveva origini bolognesi. La nonna di cognome faceva Belvederi: famiglia molto numerosa, come da prassi dell’epoca. Mi sento un po’ bolognese anch’io.

 

Un Andreotti laziale suona davvero strano, sembra un ossimoro. Da dove nasce questa passione all’apparenza inspiegabile? Ma soprattutto: come ha trovato il coraggio di confessare il peccato originale a papà?

Guardi, papà è sempre stato tollerante e aperto, soprattutto con noi figli. Ci limitavamo a battute e sfottò, come diciamo qua. Se la cavava con l’ironia, a modo suo insomma. Per certi versi, in linea con la sana rivalità tra Virtus e Fortitudo che vivete voi nel basket. Erano davvero altri tempi, si andava assieme allo stadio e a volte lui pur essendo un grande romanista mi accompagnava a vedere la Lazio, compatibilmente con i suoi ritmi di lavoro estenuanti. Già a partire dagli anni Settanta le presenze di papà all’Olimpico si diradarono per via del terrorismo: con lui si muoveva una scorta di 20-30 persone, le difficoltà non mancavano. Smise progressivamente per evitare disagi a loro, ma anche per sfuggire ai rimbrotti di mamma Livia: la domenica pomeriggio era l’unico spezzone settimanale che riusciva a dedicare interamente alla famiglia, lo stadio non era ben visto in casa soprattutto per questo. Oggi ci sarebbero ulteriori problemi, non lo nascondo. A partire da restrizioni che ritengo spesso eccessive.

 

La sua Lazio preferita, quella che le è rimasta nel cuore.

Sono malato di calcio e di Lazio da sempre, abbonamento fisso dall’età di 11 anni. Mi vanto di aver trasmesso questa insana passione a mio figlio Giulio, con cui di tanto in tanto mi concedo una trasferta. Resto legatissimo alle due formazioni più vincenti: la Lazio del primo scudetto con la celebre accoppiata Chinaglia-Maestrelli e la corazzata costruita da Cragnotti tra fine anni Novanta e inizio Duemila. Ma sono sempre stato vicino alle sorti della squadra, anche nei momenti difficili: tra Totonero, disgrazie finanziarie e spareggi per evitare la Serie C non ci siamo fatti mancare nulla negli ultimi quarant’anni (risata sarcastica, ndr).

 

Bologna invece cosa le ricorda?

I manicaretti di mamma Livia, in primis. Tortellini fatti rigorosamente con la ricetta della nonna (e qui si coglie un filo di ironia, ndr), poi la torta di riso. Bologna la conosco bene, è una città vivibile, piacevole e organizzata. Più di Roma, anche se non è che ci voglia molto visto come è ridotta oggi. Ci sono stato tante volte, spesso a vedere la Lazio. E a Bologna mi sento legatissimo, sì. Le svelo un ricordo personale: ero all’Olimpico il 7 giugno 1964, nel giorno dell’ultimo scudetto rossoblù. E ovviamente simpatizzavo per voi. Tra l’altro, un paio di settimane fa sono stato a pranzo con Franco Janich, che vive vicino a Roma. Uno degli ultimi protagonisti di quell’impresa ancora in vita: persona squisita, di grande spirito. Arrivò a Bologna proprio dalla Lazio, su richiesta del dottor Fulvio Bernardini che lo aveva allenato da noi.

 

Dalla storia all’attualità: domani i fari saranno paradossalmente puntati sul grande assente, oggi allenatore rossoblù e ieri immensa bandiera biancoceleste da calciatore. Se un laziale sfegatato come lei sente il nome di Sinisa Mihajlovic, a cosa pensa?

A un uomo vero, oltre che a un grande campione. Sinisa mi è sempre piaciuto tantissimo, adoro il suo modo di porsi. E’ uno di noi, ha tuttora casa a Roma. Mi auguro di cuore che possa vincere la sua battaglia, spero di rivederlo presto al fianco della squadra. Vede, è uno di quei personaggi che ci riconciliano con la vita, figure positive che aiutano tutti grazie alla loro forza di volontà. Come il vostro concittadino Alex Zanardi. Mihajlovic appartiene a pieno titolo a questa categoria. Lui allenatore della Lazio in futuro? Può essere, anzi credo che prima o poi tornerà qui. Ecco, con il carattere che si ritrova potrebbe avere qualche frizione con l’attuale proprietà…

 

Sempre a proposito di Sinisa e della sua vicenda personale: non so se ne è al corrente, ma l’immediato pre-partita sarà caratterizzato dal secondo pellegrinaggio al Santuario della Madonna di San Luca, organizzato ancora una volta dai tifosi del Bologna e aperto anche ai sostenitori laziali. Un’iniziativa inclusiva per testimoniare vicinanza a Mihajlovic in questa fase complicata della sua vita. Le chiedo un commento, da appassionato e da cattolico.

Da credente, conosco il peso della Madonna di San Luca per Bologna: domina la città, la protegge. E’ una forma di partecipazione bella e speciale, che unisce le tifoserie in un momento storico non semplice. Ben venga, alla grande. Iniziative come questa andrebbero pubblicizzate di più anche dai media nazionali, questo sì.

 

Spostiamoci ora alla prosa, alla partita. E’ uno snodo fondamentale per entrambe, non crede? Il Bologna viene da una brutta settimana, fitta di impegni ma povera di punti, mentre voi siete segnalati in forte ripresa grazie al doppio successo tra campionato (4-0 al Genoa) ed Europa League (2-1 in rimonta sul Rennes). Che succede al Dall’Ara, secondo lei?

Non so, il pronostico è difficile, magari uno 0-0 che accontenti tutti…

 

Suvvia, non faccia il democristiano!

E allora vinceremo facile, cosa vuole che le dica? Seriamente, noi siamo abbastanza lunatici, alterniamo ottime prestazioni a scivoloni incredibili come quello di Ferrara. L’undici di base è più che discreto per la Serie A, a mio parere mancano i rincalzi giusti per fare il passo decisivo nella lotta per la qualificazione in Champions. E non da oggi: da anni. Si è visto anche l’altra sera in Coppa: di gente come Luis Alberto e Milinkovic-Savic non possiamo proprio fare a meno. Anche il Bologna è una buona squadra, secondo me. Può fare un bel percorso e insidiare la zona Europa League. Ammiro molto Medel, che vanta un curriculum mica da poco. E pure Poli, avrebbe tutto per giocare ai massimi livelli: gli è mancato il definitivo salto di qualità. Poi, naturalmente Palacio: non è più un bambino, ma vedo che si difende ancora bene. A proposito di Bologna, me lo consente un congedo leggermente fuori tema?

 

Certo, ci mancherebbe.

Ci tengo a mandare un saluto affettuoso al vescovo Zuppi, che proprio domani verrà creato cardinale per volontà di Papa Francesco. E’ uno di famiglia, l’ho frequentato parecchio da ragazzo sia a livello religioso sia scolastico: entrambi abbiamo fatto il classico al Virgilio, anche se lui è poco più giovane di me. Per decenni ha avuto rapporti intensissimi con papà, ricordo le loro collaborazioni in particolare sul tema delle missioni. Ho letto del polverone che si è alzato attorno a lui in settimana sui tortellini: il ripieno a base di pollo mi sembra una soluzione sensata per rendere “accessibile” a tutti una meraviglia della vostra cucina. Che problema c’è, se a fianco resiste la versione tradizionale? Eh, le solite esagerazioni di comunicazione di questi nostri tempi!