TRA LE DITA – “Gli invisibili” di Valerio Varesi, la recensione a cura di Maria Debora Peca

0
33

Valerio Varesi ci conduce nel labirinto di una storia dal sapore noir in cui si dipana la storia di un uomo ritrovato cadavere nelle acque del Po e che nessuno ha cercato o reclamato.
Incaricato delle indagini è Soneri che deve concludere la vicenda, a tre anni di distanza, prima che l’uomo venga definitivamente sepolto con la sigla attribuita ai senza nome.
Soneri non riesce ad accettare che un uomo possa morire due volte: la prima per mano di un assassino e la seconda senza la dignità di un nome che possa evocarne il ricordo da parte di un figlio, di un fratello o di un amico.
Così si ostina in una ricerca attenta e scrupolosa per restituire a questo sconosciuto la propria storia.
Inizia esaminando il dossier dei reperti ritrovati sul cadavere, perché ognuno porta addosso i segni di ciò che è e delle abitudini che ha. Poi come ogni indagine che si rispetti inizia il dialogo con la gente del posto. Non dimentichiamo che i luoghi sono quelli della gente di fiume: deve parlare con pescatori legati alle tradizioni, affezionati ai ricordi e abituati ai silenzi della solitudine di chi vive sull’acqua.
Quindi il lavoro più difficile è proprio convincere le persone a parlare, convincerle a confidarsi. Così dopo lunghe ed estenuanti domande, lunghe camminate nella nebbia “della bassa” spunta la storia familiare di un uomo che fin dalla più tenera età ha dovuto subire l’obbligo di restare nascosto.
Teatro di tutto questo è proprio il fiume che per tutta la durata del racconto è considerato un elemento animato con propri organi di senso ed una mente in grado di custodire segreti ma anche di farli improvvisamente emergere con l’impeto di una piena, come se fosse una persona che per anni ha tenuto il peso di un rimorso ma che alla fine ha deciso di liberarsene.
Pur con la sua ruvidezza nel parlare di malavita di avidità e di un evento tragico, ho trovato un romanzo con tratti di grazia quasi commoventi, perché vi si trova lo spazio per parlare di figli, di un amore cercato e mai avuto e della ricerca di un posto nel mondo sempre occupato da qualcun altro, un posto non ottenuto neppure nel momento della fine.
Le evocazioni sensoriali di questo romanzo sono talmente vivide che leggendo si può udire lo sciabordio delle acque, si può percepire l’umidità della nebbia sulla faccia ma anche il vociare di un piccolo ristorante, l’inflessione dialettale tipica della provincia, il calore dei tortelli sulla lingua e la sensualità di un buon bicchiere di vino rosso.
Il ritmo del racconto è incalzante e dolce allo stesso tempo e questi ingredienti ci fanno restare col fiato sospeso fino alla fine.