5/GIU/2024Francesco PiggioliFeatured, Sport, L'Angolo del Piggio
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A lezione di Italiano: Bologna, ecco il nuovo allenatore

La pesantissima eredità di Thiago Motta ha finalmente un volto pronto a raccoglierla.

Vincenzo Italiano è il nuovo allenatore del Bologna, ad attenderlo un contratto biennale siglato proprio nella tarda mattinata odierna. Dopo aver concluso per scelta sua il rapporto con la Fiorentina in coda ad un triennio più che positivo su cui è mancata giusto la ciliegina di un trofeo e dopo una profonda ma comprensibile meditazione sull'offerta dei vertici rossoblù, il tecnico nato a Karlsruhe (Germania) ma cresciuto in provincia di Agrigento si prepara al tuffo in questa nuova avventura. A lui e al suo staff spetterà il compito di guidare il Bologna in una stagione che a prescindere si annuncia storica: sarà la prima volta in Champions League, che tutti aspettano con curiosità e che nessuno scorderà mai. Curiosità: dinamica opposta rispetto a quanto successo qualche anno fa a La Spezia, dove fu proprio il quasi esordiente Thiago Motta a sostituire Italiano sulla panchina dei liguri. L'alternanza tra i due è quanto meno nel destino. Un altro aggancio con il passato è legato invece ad una vecchia conoscenza che Italiano ha trovato ad accoglierlo sull'uscio di Casteldebole, ovvero quel Giovanni Sartori che è stato il principale sponsor dell'operazione e che lo conosce bene per averlo già voluto alle sue dipendenze da calciatore ai tempi del Chievo. Parliamo dell'ormai lontanissimo gennaio 2007.

Inutile girarci attorno, ad attendere Italiano c'è una sfida da far tremare i polsi. Per quanto parzialmente offuscata da un finale intriso di veleno e da una separazione turbolenta, la favola scritta sotto le Due Torri da Thiago Motta e chiusa dal lieto fine della Champions League è destinata a rimanere scolpita su pietra e annali da qui all'eternità. Come gestire, allora, il passaggio tecnico dal miglior Bologna degli ultimi 60 anni a quello che verrà? Con il giusto mix di continuità e discontinuità, secondo logica e buon senso. Anche in quest'ottica va letta la decisione di puntare su un profilo come Italiano, preso di sicuro non per emulare in tutto e per tutto Motta (illogico, controproducente, probabilmente impossibile) ma per aggiungere specificità e linee guida proprie ad un solco in parte già tracciato. A partire dal telaio, che non si discosterà molto da quello del predecessore. La difesa a quattro e la centralità eminente assegnata agli esterni d'attacco sono due dogmi comuni, per capirci. Le differenze stanno nella declinazione di un copione tutto sommato simile: sulla carta, nel nuovo schema dovrebbe essere costante la presenza di un trequartista “classico”, che con Thiago si è visto di tanto in tanto e perlopiù nel finale della stagione appena conclusa. Dopo l'infortunio di Ferguson, che sommando al diktat mottiano caratteristiche da assaltatore è stato decisamente più mezzala che dieci con ripercussioni conseguenti sull'assetto. L'Urbanski degli ultimi turni, al contrario, si è avvicinato al Bonaventura fiorentino di Italiano. Volendo forzare un po' la mano, si potrebbe azzardare che la transizione verso il nuovo ciclo il Bologna l'abbia iniziata sui titoli di coda della scorsa stagione.

Poi, naturalmente, c'è la filosofia: i principi fluidi e posizionali di Thiago Motta, con la funzione del singolo nettamente predominante sul ruolo, restano ad oggi un unicum nel panorama almeno nazionale; la Viola di Italiano, per quanto anch'essa votata al controllo della manovra e al possesso del pallone, ha sempre offerto un'interpretazione piuttosto canonica del 4-2-3-1. Per osare una battuta scomoda, in chiusura di panoramica: a sensazione, se per ragioni di mercato Italiano dovesse essere costretto a rinunciare a un centravanti atipico come Joshua Zirkzee (simbolo per eccellenza del vangelo mottiano) non precipiterebbe in un abisso di panico e disperazione. Per i suoi gusti, infatti, è preferibile un bomber più tradizionale. In grado certo di dialogare con i compagni e di partecipare allo sviluppo del gioco (un must nel calcio del 2024), forte però di spiccate doti da finalizzatore secondo antiche usanze. Progresso sì, ma più pragmatico e meno visionario.

La continuità nella discontinuità si legge del resto anche scrutando la scelta dal punto di vista societario. Si parte da un presupposto terribilmente realista: ripetere il campionato dell'anno scorso è quasi impossibile. Si aggiunge allora una parola d'ordine, un verbo: diversificare. Non si può superare l'eccellenza dell'ultima Serie A? Con tre competizioni a disposizione, meglio fare bene o benino dappertutto. Con questo orizzonte, Vincenzo Italiano in panchina diventa mossa intelligente e furba. In campionato ha comunque sempre fatto il suo (mai sotto all'ottavo posto), dimostrando al tempo stesso grande dimestichezza con le coppe, terreno su cui il Bologna è sostanzialmente afono da decenni. Affidarsi a uno specialista può aiutare nell'impatto con l'Olimpo del calcio, dove la dimensione onirica deve continuare a tenersi la scena com'è giusto che sia: difficile pretendere risultati e fissare asticelle su quel campo, già restare in corsa fino alla fine per un posto ai play in (gli spareggi pre ottavi di finale del nuovo format) equivarrebbe ad anticamera di paradiso. Non solo: Italiano può essere l'uomo buono anche per il ruolo da protagonista assoluto che ambiente e società richiedono in Coppa Italia. Un trofeo che deve tornare ad essere alla portata dei rossoblù, finalmente di scena dagli ottavi senza le insidiose anticipazioni estive. In soldoni: è tempo di semifinale, o meglio ancora di finale. E di finali Italiano ne ha disputate tre negli ultimi due anni a Firenze, tra Conference League e Coppa Italia. Tutte perse, sì: ma pur sempre giocate. Ecco, Bologna ha una gran voglia di tornare a studiare lo spazio libero sulle mensole dell'impolveratissima bacheca di Casteldebole. Se poi si riuscisse addirittura ad aggiungere un pezzo alla nobile ma datata collezione, apoteosi. E Thiago, se non superato, sarebbe perlomeno aggirato. Il cammino di Sartori prevede passaggi stretti e rischiosi, ma può essere giusto. O, in fondo, l'unico davvero percorribile dopo una stagione del genere.

 

Francesco Piggioli

 

 

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