14/AGO/2023Francesco PiggioliFeatured, Sport, L'Angolo del Piggio
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Niente più monarchia: Marko Arnautovic saluta il Bologna e va all'Inter

Cade l'ancien régime a Casteldebole, Ferragosto è la cornice dell'ultima spallata democratica.

Marko Arnautovic lascia il Bologna dopo due anni intensi, vissuti da assoluto leader tecnico e morale dell'undici rossoblù. E consegna il suo nome all'archivio dei padri della patria dal sangue blu che l'hanno preceduto sotto la confortevole ombra delle Due Torri. I 25 goal distribuiti nel biennio scolpiscono su pietra una media da signor cannoniere che avrebbe potuto persino essere migliore senza i tanti intoppi dello scorso campionato, ma non bastano per definire il perimetro dell'operato di re Marko. Il totem austriaco ha letteralmente tenuto in piedi la truppa con il suo carisma e con le sue doti da catalizzatore unico nell'ultima stagione vissuta sulla panchina rossoblù da Sinisa Mihajlovic, mentore e principale sponsor del suo acquisto assieme a Walter Sabatini nell'estate 2021. Con il successore Thiago Motta il rapporto non è stato certo tutto rose e fiori, anche se le statistiche parlano chiaro: divergenze e frizioni si sono concentrate sul lato tattico e gestionale, perché quando il tecnico italobrasiliano ha avuto a disposizione in piena efficienza il vecchio compagno dei tempi del Triplete interista la maglia da titolare è stata quasi sempre assicurata. Della serie: integralista sì, masochista no. Le chiacchiere da soap opera circa litigi, incompatibilità, sfuriate e aut aut sono destinate a passare alla storia come tali. Chiacchiere, per l'appunto.

Si parlava dell'Inter e all'Inter si torna. Troppo forte la voglia di un valzer nel grande giro al tramonto della carriera, per Arna. Con l'aggiunta di un pizzico di sana rivalsa nei confronti dell'ambiente che lo accolse come prospetto di campione in erba salvo poi congedarlo in quattro e quattr'otto nel lontanissimo 2010. E che oggi non fa proprio i salti mortali dalla gioia all'idea di riabbracciare l'antico monello di quell'epoca gloriosa: emblematiche in tal senso le reazioni tiepide del popolo interista (eufemismo) e la campagna condotta in questi giorni da un autentico house organ dell'universo nerazzurro quale è La Gazzetta dello Sport. Che dopo aver crocifisso sistematicamente il traditore Lukaku a suon di prestigiosi editoriali e reportage pressoché quotidiani soffiava nelle vele di Balogun e Morata (ci sta), ma anche in quelle del costosissimo udinese Beto (ci sta molto meno). Ma no, ad Arnautovic proprio non concede la benché minima apertura di credito. Arna la prende come può e deve: se ne frega. Ormai freme per togliersi lo sfizio di misurarsi probabilmente per l'ultima volta al tavolo del calcio che conta facendo affidamento su un tecnico sulla carta a lui “ideologicamente” molto vicino come Simone Inzaghi (che gradisce l'identikit) e con la collaborazione del fratello manager è andato dritto al punto, costringendo il Bologna ad una resistenza a tempo finalizzata più che altro a monetizzare al massimo la perdita. Sì, i 10 milioni destinati ai forzieri rossoblù per un 34enne reduce da una stagione tormentata sul piano fisico -per quanto incisivo e decisivo sia- sanno tanto di missione compiuta. Cifra che ora andrà almeno parzialmente investita sul sostituto: tra le principali opzioni, una pista estera oltre a quell'Andrea Petagna che sembra essere più adatto al calcio fluido di Motta e che ieri non ha collezionato nemmeno un minuto nell'esordio in Coppa Italia del Monza, sconfitto a domicilio dalla Reggiana. Indizio intrigante, a pensarci bene.

C'è dell'altro, naturalmente. Guai a farsi ingannare da questa parvenza di unilateralità nel merito della separazione tra il Bologna e la sua star, con il club rossoblù obbligato a stracciarsi le vesti e a correre ai ripari in preda all'ansia e alla disperazione a fronte di fulmine a ciel sereno. Scenario forse comodo, ma inesatto. In realtà, l'ormai ex bomber rossoblù è stato di fatto accompagnato alla porta da una somma di motivazioni: tecniche, economiche, anagrafiche. Per riassumere: cicliche. La sua ferrea volontà di salutare è uno dei fattori che hanno prodotto l'addio: forse il più evidente, di certo non l'unico. In realtà, da un anno buono il Bologna di Marko Arnautovic non esiste più. Il Bologna che ha voluto Marko Arnautovic non esiste più. Del Bologna costruito per e attorno a Marko Arnautovic non vi è più traccia. E il potere assoluto del santone accolto da una folla festante in una torrida sera di luglio all'esterno di un noto hotel in via Indipendenza si è via via sgretolato. Nodo tutto interno, perché la legittimazione popolare non è mai venuta meno. Prima Giovanni Sartori dietro la scrivania e poi Thiago Motta in panchina sono stati gli alfieri della rivoluzione democratica partorita all'interno delle mura di Casteldebole. Hanno portato le loro idee, i loro parametri e ovviamente le loro scelte. Arnautovic ha smesso di essere priorità, fin da subito: profilo lontano per età e costi dal modus operandi del nuovo responsabile dell'area tecnica che ha scritto pagine indelebili con Chievo e Atalanta puntando su linee guida diametralmente opposte (giovani sconosciuti a basso costo), centravanti distante dagli ideali di un allenatore che fa di una meritocrazia forse persino esasperata la pietra miliare del suo percorso. E la verità è una sola, per quanto dura e banale: se Arnautovic smette di essere priorità, élite e privilegio non può stare nel Bologna. La sola presenza di Arnautovic nel Bologna presuppone spese eccezionali, status particolare, gestione sartoriale di un giocatore per forza di cose “più uguale degli altri”, per dirla con Orwell. Se vengono meno questi presupposti, è giusto se non addirittura balsamico separarsi. Per il bene di tutte le parti in causa. La tuta blu da lavoro che Thiago Motta legittimamente pretende di far indossare tanto al primo dei senatori quanto all'ultimo dei Primavera aggregati non fa per Arna, semplicemente. La sopportazione può funzionare come pannicello caldo nell'immediato, per far fronte alle scosse di assestamento: non certo come terapia stabile di lungo periodo. In buona sostanza, questo hanno fatto Arnautovic e il nuovo Bologna sorto dalle ceneri dell'era sinisiana. Per un anno. Meglio fermarsi qui, allora.

Dal tardo pomeriggio di oggi, a fumata bianca ormai avvenuta e in attesa dell'ufficialità formale, Marko Arnautovic va a far compagnia ai vari Roberto Baggio, Beppe Signori, Marco Di Vaio, Alberto Gilardino e Rodrigo Palacio nel pantheon riservato ai fuori categoria visti all'opera con i colori rossoblù negli ultimi quarant'anni. Sì, il panzer austriaco appartiene a quella cerchia ristretta e in fondo Bologna può andar fiera di essersi goduta per due anni gesta e numeri dell'ennesimo top player che l'ha scelta come piattaforma di rilancio. A questo punto, ecco il prezioso soccorso di un mostro sacro come Fabrizio De André. “E' stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”. Stessa storia di sempre, stessa strofa valida per i predecessori.

 

Francesco Piggioli

 

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